E se ci nascondessero qualcosa?

Cosa succederebbe se facessimo finta che tutte le dichiarazioni che sentiamo proferire o leggiamo quotidianamente racchiudano il contrario di ciò che parrebbero dire? Succederebbe, forse, che saremmo pronti a non credere più a nulla. Conseguenze? Inibizione del linguaggio e della comunicazione, scarsa credibilità della retorica e fulminei passaggi all’azione, senza preoccuparsi di far capire alla gente cosa realmente stia succedendo.

Diciamocelo francamente però: questo già succede. Sentiamo mai parlare qualcuno e crediamo sino in fondo alle sue parole? Difficile. Impossibile se si parla della politica odierna.

Per esempio: qualcuno ha davvero voluto credere a Putin quando ha affermato di voler eliminare il problema ISIS da solo? Effettivamente qualcuno ha provato a credergli, altrimenti non avremmo avuto le reazioni al vetriolo di Stati Uniti e NATO, incalzati anche della questione palestinese.

Qualcuno è stato invece così ardito da lasciarsi persuadere che la Russia ci avrebbe liberati dal problema del terrorismo senza cogliere l’occasione per diradare anche qualche altra nube all’orizzonte?

Sembrerà strano, ma qui credere a tali promesse è stato più facile. L’ISIS ormai è così un incubo per tutti che l’idea che un megalomane come Vladimir Putin abbia preso in mano le redini del gioco ha fatto battere le mani a tante persone. All’anima i pacifismi e le piaggerie moraliste: a casa l’ISIS (che non è, ahinoi, Ignazio Marino, che toglie il disturbo e persino ci paga – o risarcisce?)!

Del resto, se tutti noi fossimo a conoscenza di un vicino di casa terrorista, saremmo ben felici che a debellare il problema fossero gli inquilini del piano di sopra. Mani pulite, ma lavoro completato. Dovessero domandarci mai di quei calli alle mani, li spacceremmo per stigmate di un accanito e metodico ticchettare al computer, dal momento che la nostra propaganda anti-terroristica passa all’azione solo con un pc davanti. Di questo dovremmo smettere di meravigliarci.

Ma ritorniamo a noi. Oggi Putin impersonifica chi? Fin troppo semplice: “il vicino di sopra”. Il vicino che risolve i problemi di molte altre persone ed evita problemi futuri al suo condominio.

E se poi questo vicino avesse da fare un favore anche a quel vicino particolare, quello che di noi ha molta stima, penserebbe di poter risolvere due problemi con un’unica linea d’azione.

Penserebbe che bombardare a tappeto le regioni della Siria nord-orientale servirebbe a liberarci da un problema e da molti altri, meno gravi per lui, più ingombranti per quel vicino particolare. Se quest’ultimo si dovesse chiamare Bashar Al Assad, Presidente della Siria dal 2000 e uomo dalle controverse implicazioni politico-etniche del Medio Oriente, avremmo più di qualche dubbio nel riconoscere nell’azione di Putin in Siria un mirato attacco a tutto ciò che è ostile al Governo siriano. Quindi non solo dell’ISIS.

Se ribaltassimo il quadro e dicessimo che la Russia colpisce in Medio Oriente i gruppi fondamentalisti islamici solo per garantire alla Siria una sopravvivenza politica e che dell’ISIS le interessa solo marginalmente? Se sostenessimo che un interesse comune a Siria e Russia, nel lungo periodo, sia quello di promuovere ancora a lungo politiche anti-israeliane in buona parte dei paesi mediorientali, e che per questo difendere i confini siriani risulta essenziale perché ciò possa accadere? Se azzardassimo l’ipotesi che Stati Uniti e NATO siano più infastiditi da questo colpo di mano della Russia per via di politiche filo-israeliane?

Sarebbero tutti modi per dire pressoché la stessa cosa: l’ISIS sta bene lì dove sta. Se fuggiranno in tremila terroristi, non festeggeremo certo la fine del terrorismo. Non brinderanno USA ed Europa, ma neppure si strapperanno i capelli di fronte ad attacchi russi contro l’obiettivo comune del terrorismo islamico.

Se li strapperanno se il loro pensiero migrerà sulla salvaguardia di Israele, miglior rifugio bellico degli Stati Uniti e avamposto difensivo per l’Europa. Non a caso, proprio in questi giorni, la tensione ad Israele sale giorno dopo giorno. Hamas, sostenuta ben volentieri da Assad, brandisce il coltello in nome di tutta la Palestina, ma a distogliere gli occhi da Gaza e Gerusalemme c’è l’amico Vladimir Putin, che prima invade lo spazio aereo turco, irritando Turchia e NATO, poi si scorda di prendere di mira i soli obiettivi dello Stato Islamico, bombardando regioni ancora estranee a un’invasione del califfato. L’Europa, Francia esclusa, valuta un intervento. Gli Stati Uniti preferiscono alzare la voce per qualche giorno soltanto, rendendosi conto solo dopo che forse risparmiare qualche ordigno potrebbe giovare. La stampa intanto scrive. La gente legge. La Palestina si rivolta. Il Medio Oriente scoppia.

Noi invece scriviamo e proviamo a riflettere su come andrà a finire. Solo il tempo ci dirà dove andranno a finire tutte queste escalation di notizie bellico-rivoluzionarie: dimenticatoio o coscienza storica per le generazioni future? Ahi posteri: a voi l’ardua sentenza

La Frusta Letteraria con Alice Salvatore 

Intervista ad Alice Salvatore, consigliera regionale del Movimento Cinque Stelle in Regione Liguria. Per visualizzarla, cliccare sul video sottostante:

Per ogni migrante una lezione di vita

Prima o poi sarebbe dovuto succedere. Prima o poi avremmo dovuto riempire la nostra mancanza di solidarietà e le nostre lacune storiche con una settantina di morti per asfissia, vittime di un sogno: quello di raggiungere la “libertà” e la pace. Oggi, a distanza di qualche settimana dalle immagini dei treni lager in Ungheria o dalle omertose resistenze dei paesi europei di fronte al programma europeo proposto dall’Italia per smistare i richiedenti asilo tra tutti gli stati dell’Unione, con la freddezza di chi ha calcolato tutto, i governi europei e mondiali sono diventati improvvisamente solidali con quanti fuggono dalla guerra e dalla morte.

Il discorso immigrazione, per qualche settimana, andrà di moda più di tutto il resto. Spariranno terrorismo e crisi delle borse cinesi, scompariranno i fucilieri italiani in India assieme ai giornalisti killer di stampo americano. Si parlerà dei migranti, di quanti sono sopravvissuti e di quanti – troppi – sono rimasti inghiottiti dalle onde del mare. E chissà se ciascun individuo si interrogherà su che cosa stia succedendo oggi.

Nel 2015 stiamo vivendo una delle maggiori ondate migratorie di sempre, e siamo tutti protagonisti o comparse di questo enorme andirivieni, sia che ne prendiamo visione da lontano sia che vi partecipiamo in prima persona. Difficilissimo essere spettatori e provare a tenere le redini della logica, della razionalità.

Immedesimarsi in un migrante non è cosa facile. Al massimo possiamo restare scioccati all’idea che 71 persone possano morire dentro il vano di un tir per soffocamento. Nulla più? In realtà, forse qualcosa in più si potrebbe fare.

Prendere sotto braccio se stessi e trasportarsi in Siria, in Iraq, in Libia. Tre posti che oggi sarebbe meglio non visitare, ma noi abbiamo il vantaggio di essere invulnerabili ai colpi di mortaio o ai bombardamenti delle coalizioni. Viaggiamo con la mente.

Non sopporteremmo probabilmente nemmeno cinque minuti di quel delirio, di quel crogiolo di disumanità. In Mesopotamia, là dove oggi si stagliano paesi insanguinati come Siria o Iraq, ha avuto inizio la civiltà, quella basata sulla comunione d’intenti di chi abita la medesima città, di chi appartiene allo stesso popolo.

Ora che quel territorio è in mano alla guerra, senza alcuna soluzione di continuità, e chi vive là non si sente più protetto e fugge, cercando chi possa tendergli un dito, una mano, un braccio: l’importante è aggrapparsi a qualcosa che possa allontanare da un futuro che non è futuro.

Dobbiamo tenere conto che chi è migrante non progetta a lungo termine, ma vive giorno per giorno. Potremmo noi vivere alla giornata per tutta la nostra esistenza? Pura utopia. Come pura utopia è il pensare che migliaia di persone possano essere tenute lontano da un territorio nazionale all’infinito, chiudendo le frontiere. La pericolosità di questi progetti conservatori è che non hanno a che fare con la politica, come molti pensano.

Non esistono una destra e una sinistra che promuovano la morte di esseri umani. Almeno non in Europa. Nel vecchio continente scorrazzano piuttosto persone con troppo potere e poca umanità, e moltissime altre che ne hanno troppo poco per poter aiutare davvero chi ne ha bisogno. Questa è l’equazione che dà come risultato il mondo attuale.

Quando non esistono politiche per l’immigrazione serie e umane, quando risulta conveniente, per un pugno di voti, gridare al mondo che ogni immigrato è un benemerito prescelto dal destino, capace di assSchermata 2015-08-28 alle 23.27.41aporare il lusso sfrenato di ogni albergo a cinque stelle, succede anche che si diventa scafisti pur essendo alla guida di un camion. E si sa, pur non volendolo, qualche vittima può sempre scappare.

Sono morti assurde da digerire quelle di quanti muoiono annegati nel Mediterraneo, ma non lo sono le altre. Non quelle causate dal menefreghismo dell’Europa e del Mondo intero. Sarebbe un evento epocale smistare gli immigrati tra tutti i paesi che siano in grado di garantire loro una degna accoglienza e un degno. Paesi non solo europei, dal momento che presto sarà satura l’Europa intera di migranti e serviranno altre collaborazioni internazionali.

La soluzione alternativa sarebbe interrompere in qualche modo i conflitti aperti in quei territori, ma tutto avrebbe il sapore di un preludio bellico su vastissima scala. Un sapore che già si percepisce nel mondo, anche se non tutti entrano nell’ottica di accettare questa realtà.

Una realtà cruda, la quale delineerà un futuro ancor più cupo se nessuno si metterà presto una mano sulla coscienza e comincerà ad aiutare chi ha sofferto i drammi e le privazioni della guerra senza quartiere. Potrebbe succedere, chissà, che chi riceve aiuto ora possa restare riconoscente a vita con chi gli ha ridato la forza per sorridere all’esistenza.

La riconoscenza, sintomo di intelligenza, ha sempre messo in scacco l’ignoranza e spesso ha avuto un sapore più dolce di qualsiasi altra cosa che si sia potuta assaporare. I palati fini, però, sembrano essere davvero molto pochi di questi tempi.

Chiudere tutto perché nulla cambi

Quando di mezzo ci sono le vite delle persone, risulta sempre più facile sparare sentenze su vicende di dominio pubblico. Esattamente come sta succedendo per la vicenda del sedicenne morto per gli effetti di un’overdose di ecstasy qualche settimana fa, in una discoteca della riviera romagnola.

Per adesso, l’unica conseguenza di questa tragedia è stata la sospensione per quattro mesi del locale di Rimini dove si è consumata la vicenda, il ben noto Cocoricò. Una punizione che, a detta di Fabrizio De Meis, ormai ex gestore del Gruppo Cocoricò, costerà all’azienda e a chi vi lavora una sostanziale condanna a morte. Del resto, non facciamo fatica a credere che chiudere di questi tempi una discoteca per più di metà della stagione estiva equivalga a devastarne i fatturati, per lo più se si sta parlando di una delle più famose mete dello sballo dell’intera riviera romagnola, abituata a contare su entrate di un certo spessore.

Resta comunque il fatto che intorno a questa decisione del questore di Rimini, Maurizio Improta – decisione che forse non tutti sanno essere solo frutto di una montagna di richieste analoghe di sospensione e chiusura (non in ultima quella del sindaco della cittadina romagnola, Renata Tosi) -, si è aperta una bufera. Una tempesta di critiche, insulti e prese di posizione che spesso sono sfociate nella più assurda e allucinante banalità.

Sorvolando sulla chiusura del locale, che ci appare un provvedimento “tampone” il quale rischia di fare più male che bene, l’elemento di maggior fastidio sono tutti coloro i quali hanno deciso di strumentalizzare “politicamente” l’accaduto, esibendosi in imbarazzanti e imbarazzati exploit retorici.

Qui sta il problema. Eh già, perché la sensazione, a tratti, sembrerebbe essere che chi ha perduto la vita possa essere utilizzato come capro espiatorio per rinegoziare decreti come il TULPS (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza).

A questo punto chiunque si dovrebbe domandare come si possano perdere di vista così superficialmente le priorità. Come si faccia a calpestare un cadavere pur di richiamare all’attenzione un’intera nazione, col suo governo e i suoi cittadini, a rivedere in fretta certi decreti per consentire una veloce riapertura delle attività.

Non c’è alcuna logica nel voler far finta di essere interessati alla politica se l’unico scopo per cui lo si fa è quello di garantirsi sostanzialmente una nuova stabilità con i medesimi problemi di prima, come lo spaccio di sostanze. “Cambiare tutto perché nulla cambi” sarebbe citazione adatta per quanti si sono lasciati andare di fronte a una tragedia ben più grave di quanto si possa pensare, destinata pertanto a finire nel dimenticSchermata 2015-08-05 alle 17.46.04atoio assieme a tutto il resto.

E attenzione, perché qui non si vuole obiettare a chi dice che vanno fatte delle approfondite riflessioni, soprattutto su cosa rischi di diventare questa tendenza allo sballo per le nuove generazioni, già sufficientemente standardizzate per potersi anche porre il problema che, nella sfortuna, “discoteca uguale morte” potrebbe essere un’equazione verificabile.

Qui si critica in tutto e per tutto chi ha sbagliato i tempi di alcune sue dichiarazioni, rilasciandole chi a un giornale, chi a un altro. Parlare per esempio del TULPS, che regolamenta dal 1940 buona parte delle utenze private, dall’esercizio di una discoteca fino ad arrivare al mestiere di guardia giurata, è assurdo e avvilente.

Tirare in ballo un decreto sconosciuto alla maggioranza delle persone, noi compresi, è direttamente proporzionale all’ignoranza che molti ostentano nei confronti della politica. Barattare un morto con appelli al cambiamento conferma quanto spesso si sente dire: che alla gente non frega più molto della politica. O meglio, che la gente della politica non sa più nulla, e più nulla vuol sapere.

Del resto si sopravvive benissimo a forza di slogan, e motivi particolari d’interesse la politica italiana non ce ne fornisce, per cui un attentato qua e una morte là possono sì sconquassare l’atmosfera e turbarci, ma poi tutto si ricompone con estrema velocità.

Chiedere dei cambiamenti, se veramente la paura è quella che tragedie tali possano ripetersi, sarebbe necessario chiederli più spesso e con maggiore insistenza, senza aspettare la prima occasione utile per farlo. Sarebbe vantaggioso farlo per due motivi.

In primo luogo perché si tutelerebbero le persone che lavorano in questi business dello sballo (termine che non vogliamo usare necessariamente negativamente), che di fronte a chiusure forzate si trovano a dover restare a casa e a perdere giornate di lavoro.

In secondo luogo perché si risulterebbe molto più onesti intellettualmente. Sarebbe interessante   vedere se mai qualcuno chiederà l’utilizzo di cani antidroga di fronte agli ingressi delle discoteche, o operatori che scandaglino il locale dalla testa ai piedi prima di ogni serata, per poter così vedere se più o meno furtivamente possano essere entrate determinate sostanze. Non sarebbe la soluzione, ma potrebbe essere un inizio.

Per pasticche e tutto il resto, qualcuno potrebbe invece chiedere delle telecamere posizionate a ripetizione sopra ciascuno dei banconi dei locali, così che una mano incauta possa eventualmente essere ripresa. E per quanti dovessero passare inosservati, potrebbe far la differenza l’intelligenza delle singole persone, che pur di divertirsi potrebbero rinunciare ad aiutino esterni talvolta fatali. Potrebbe bastare il buon senso di gestori e utenti dei locali per provare a dare una svolta al mondo attuale delle discoteche, attorno a cui si sviluppano anche business illegali.

Ma questa è un’altra storia e tutto sembra un’utopia lontana. Perché ormai sembra mancare il buon senso anche di fronte alla morte di un sedicenne.

La Grecia sui giornali? Per adesso può bastare così 

In queste ultime settimane sono sparite dalle testate giornalistiche le forti pagine di cronaca legate alla questione greca. Alcuni se ne sono accorti e provano a seguire gli sviluppi della vicenda, altri sono convinti invece che la situazione della Grecia si possa a questo punto riassumere e concludere in un concetto molto semplice: chi ha dei debiti deve, prima o poi, pagarli. 

Un concetto fortemente logico e razionale, soprattutto nel quotidiano. Ma restituire quanto dovuto è sempre stato un meccanismo complesso, fatto di sacrifici. Molto più spesso di rinunce, ancor più spesso di rese incondizionate contro debiti troppo grandi rispetto a chi ne deve far fronte. 

Il genovese che ci leggerà saprà certamente che il declino di Genova come potenza del mare, come città di banchieri pronti a impegnare denaro in giro per Europa ed Asia Minore, parte anche da uno dei primi default della storia finanziaria europea: quello della Spagna di Carlo V e del figlio Filippo II. Indebitati fino al collo con banchieri di tutto il vecchio continente, scelsero la strada del fallimento, ossia del non pagamento dei debiti contratti con altri. 

Fu un fallimento taciuto, mal celato da guerre e investimenti bellici notevoli, mascherato dall’attrattiva che le risorse del Sud America potessero essere infinite. Un fallimento che colpì tutti i creditori, sancendo quella che fu la cosiddetta “crisi economica del Seicento“. 

Questo è solo un esempio, ma tanti se ne potrebbero fare, dall’Argentina passando per l’Islanda. Importante è capire che un default, talvolta, potrebbe essere più vantaggioso di un severo pagamento degli interessi. Di conseguenza, tutto questo discorso vorrebbe servire comunque a proporre uno spunto di riflessione: ma se la Grecia, al posto di un accordo che ha tradito molte speranze elleniche, avesse intrapreso la strada di un default, oggi saremmo a parlare di che cosa? 

Di Europa come unione di stati sicuramente no, dal momento che la Grecia probabilmente sarebbe stata gentilmente convogliata fuori dall’Unione per evitare che potesse creare ulteriori problemi. Molti si domandano però che cosa vi sia di differente tra questo scenario e quello attuale. 

Nel caso di un default e di un’uscita greca dall’Euro, avremmo piazze piene di persone trionfanti per la sconfitta dell’austerità e sicure di aver risolto il danno di immagine offerto dalla crisi negli ultimi cinque anni. Tsipras avrebbe vinto con un golpe democratico, provando a diventare il Caronte della nuova Grecia. Un Caronte che porrebbe sugli occhi di chi lo volesse seguire due dracme fresche di conio. 

Avremmo in questo caso una Grecia nuova di zecca, per lo meno esteriormente, e col tempo si potrebbe accusare la mancanza di un paese così importante  nello scacchiere europeo. 

Siamo qui a parlare di utopie se auspichiamo che una dimensione come la precedente non possa colpire noi e i mercati in maniera comunque significativa; in tal caso, sarebbe difficile per tutti, soprattutto per una nuova Grecia, riprendere una vita sulle proprie gambe. 

Ma dal momento che in Grecia è stato siglato un nuovo accordo, di cui già si è parlato in riflessioni precedenti, tutto si riduce a normale routine quotidiana. 

La Grecia non risolve i suoi problemi, i suoi politici si spaccano in Parlamento, Tsipras appare l’ennesima vittima di un sistema Europa che fagocita e condiziona nelle scelte. Ma di questo i giornali non parlano col ritmo forsennato di settimane fa, e a questo non dedicano le solite prime pagine. Troppa la paura che tutto sia tornato alla normalità e che solo a parole si possa minare una unione fallimentare nell’applicazione dei principi, quelli non scritti, della solidarietà tra popoli. 

Troppe le voci convinte che sulla Grecia si debba fare una pausa, e conseguentemente, moltissime le persone che di questa vicenda si fanno un’idea distorta e confusa. Ma se pure i giornali la snobbano, dove finirà questa nostra povera Grecia?

Quel che rimane della giacca di Tsipras

Il capolinea dell’Unione Europea, quella della solidarietà e della coesione tra popoli, si è finalmente materializzato. E che prima o poi sarebbe dovuto accadere, lo sapevano un po’ tutti. Con la bozza di accordo stipulato tra la Grecia e il resto dell’UE, Tsipras ha di fatto rinunciato a tirare la corda: ottenuto qualche felice compromesso, il Premier greco ha preferito accettare le infauste condizioni imposte dagli altri paesi.

Niente di imprevisto si è abbattuto sulla Grecia, dal momento che l’Europa non si è smentita: tra un sorriso e una battuta, tra una seduta record e le richieste di un paese al collasso, è prevalso un riformismo austero e ormai quasi grottesco.

Si sta parlando, per la Grecia, dell’adozione di misure preliminari, di riforme, di trampolini di lancio per poter poi mettere (forse) nero su bianco un nuovo accordo economico e finanziario. In via preliminare, la Grecia dovrà infatti approvare in meno di due giorni più riforme – di cui alcune assai delicate ed importanti – in merito a:

  • pensioni (verrà aumentato dal 4% al 6% il contributo sanitario, anche per le pensioni più basse)
  • Iva (saranno richiesti aumenti in molti settori, non in ultimo quello alimentare)
  • adozione di un Codice di procedura civile (con l’obiettivo di rendere più veloci ed efficienti i tribunali)
  • direttiva sulla “liquidazione” delle banche (con la immediata trasposizione della direttiva europea in materia)
  • larghe privatizzazioni
  • taglio della spesa in modo “semi-automatico” (se non vengono centrati gli obiettivi di bilancio)

Grecia che dunque si trova con le spalle al muro, dopo aver fatto tremare l’intera Eurozona e i mercati di tutto il mondo, spaventati da un’ipotetica Grexit. Ma la cosa affascinante, in tutto questo enorme nubifragio istituzionale e finanziario, è che un’uscita dall’Europa della Grecia non è affatto scongiurata. Nemmeno dopo questo accordo sulla parola.

In tutto questo discorso una logica c’è. Se infatti Tsipras ha voluto dare la parola al proprio popolo con un referendum per poter così essere autorizzato a rinegoziare con l’Europa un piano più credibile e onesto – e soprattutto meno oppressivo -, non sembrerebbe esserci riuscito a pieno. Soprattutto perché le conquiste vere e proprie da lui portate a casa sono pressochè ininfluenti di fronte all’invadenza e alla feroce intrusione politica dell’Europa nelle faccende elleniche.Schermata 2015-07-13 alle 17.05.12

Essersi potenzialmente garantito la gestione di un fondo di circa 50 miliardi con cui risanare le situazioni debitorie statali è una bella conquista. Avere ottenuto la possibilità di gestire questo denaro direttamente da Atene, è un ulteriore vittoria politica. A far decadere tutto come un castello di carte è il fatto che in entrambi i contesti la mano dell’Europa risulterà opprimente, al punto da poter imporre alla Grecia dove e come utilizzare questi fondi. Prima verranno infatti risanate e ricapitalizzate le banche (con metà di questo fondo, quindi all’incirca con 25 miliardi), solo successivamente si parlerà di debito pubblico e altre operazioni. Anzi, il risanamento del debito sarà proprio l’ultima voce in capitolo, l’ultimo gesto che Tispras potrà compiere se avrà dimostrato che la Grecia è stato un paese “responsabile”.

Ecco che allora ci ritroviamo nuovamente al punto di partenza, con una Grecia di governi posticci manovrata dai creditori europei e dalle intimidazioni di economie più potenti. A Tsipras questo epilogo certamente sta stretto, malgrado le sue prime parole palesino un abbottonato ottimismo, e due sono essenzialmente le motivazioni.

In primo luogo, le reazioni del popolo greco alla notizia di un accordo di questo genere, subordinato a manovre lampo del Parlamento greco nel campo delle riforme, non sono delle migliori: questo Tsipras lo sa bene. In secondo luogo, l’incertezza di un patto per ora soltanto verbale graverà pesantemente su Atene e potrebbe succedere che il Parlamento greco non lavori affatto con la tranquillità e i numeri necessari ad approvare così tante misure in così poco tempo.

E se Tsipras si trovasse contro sia i cittadini sia parte del Parlamento, la situazione potrebbe complicarsi ulteriormente. Cosa andrebbe a dire il premier greco ad un’Europa che deroghe non ne desidera più? Già con oggi la situazione è definitivamente irreversibile: o riforme, o Grecia fuori dall’euro. O calarsi le braghe di fronte ai diktat europei, o ripudiare il passato e la storia e salutare il resto dell’Eurozona.

Ecco dunque che la Grecia del governo Tsipras, oggi più che mai, rappresenta quella che molti chiamano “la Grecia senza colpe”, la Grecia che subisce le imposizioni di chi, in Europa, comanda e dirige le operazioni. La Grecia che comincia a stare stretta al resto dell’Unione perché resta combattiva e viva, sicura di poter sparare alto per uscire trionfante da una crisi ormai insopportabile. Non c’è stata, e non ci sarà mai, una colpa unilaterale; mai sarà stata solo colpa della Grecia, mai solo dell’Europa o della Troika. Da questo discorso non si scappa, e se lo si fa è per disonestà intellettuale.

Concluderemo a tal proposito riportando le parole del Premio Nobel per l’economia 2008, l’economista americano Paul Krugman, sull’attuale vicenda greca, riportate dal New York Times. Sia chiaro: non che un americano debba avere la verità in tasca a prescindere più di un europeo; ma almeno lui ha un antecedente come il Piano Marshall a rendergli onore, il che non è di poco conto, come non sono mai di “poco conto” gli insegnamenti della storia.

“Quello che abbiamo imparato in queste ultime settimane è che essere membro dell’area Euro significa che i creditori possono distruggere la tua economia se esci dai ranghi. Una dura austerity senza una riduzione del debito è una politica fallimentare, e non importa quanto si sia o meno disposti ad accettarla. In questo caso significa che anche una resa della Grecia sarebbe un vicolo cieco. Questa vicenda è un colpo terribile al progetto europeo, un colpo fatale. E qualunque cosa voi pensiate di Syriza o della Grecia, non sono stati i greci a farlo”. 

Democrazia, quella sconosciuta (per noi altri)…

Forse non tutti sanno che la Costituzione Europea ha, nel suo preambolo, una citazione dal discorso di Pericle agli Ateniesi rielaborato da Tucidide. Una citazione che ci arriva dal mondo greco, guarda caso. E, nemmeno farlo a posta, è una citazione “errata” e mal interpretata. E non lo scriviamo certo noi, ma lo ha detto a suo tempo il filologo e storico Luciano Canfora, conoscitore del mondo greco come pochi altri.

La Costituzione Europea recita: “La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero”.

Perché è sbagliato tradurre così questa frase? Fondamentalmente, perché non distingue bene come lo fece Pericle i due concetti chiave di democrazia libertà, concetti la cui conflittualità risulta estrema da sempre.

Laddove aumenti la libertà di chi ha per le mani le redini del gioco, diminuisce la democrazia. Laddove aumenti la democrazia, diminuiscono, di conseguenza, le libertà di chi ci controlla e gestisce. Anche la Grecia di oggi sta vivendo, nel post referendum, questo genere di realtà? 

In parte sì, perché Tsipras ha offerto al suo popolo la possibilità di scegliere che strade percorrere.Schermata 2015-07-06 alle 01.02.23 Il popolo non lo ha delegittimato, seguendolo nel votare “no”, e ha restituito nelle sue mani il potere di contrattare con l’Europa. Diciamo quindi che nel microcosmo greco qualcosa di pericleo lo si è avvertito, e forse per narcisismo si è festeggiato tutta la notte.

Del resto i greci non hanno nulla da invidiare rispetto al resto dell’Europa, territorio a cui lei stessa, con la sua conturbante mitologia, ha dato il nome e del quale ha delineato i confini culturali.

Facciamo un ulteriore passo. Se applicassimo lo stesso meccanismo, lo stesso ragionamento, all’Europa, quella degli ultimi cinque o sei anni di politiche di salvataggi economici, otterremmo i medesimi risultati? Non sarebbe possibile farlo, innanzitutto perché l’Europa del fondo salva-stati ha dimostrato che non ci sarà mai spazio decisionale per chi è subordinato e sovvenzionato. Non ci sarà mai, insomma, la possibilità di trovare soluzioni economiche che possano tener fuori dal discorso i sistemi bancari e garantire somme di denaro gestibili interamente dai governi degli stati soccorsi.

Non dimentichiamoci poi delle politiche di austerità imposte dall’Europa agli stati in difficoltà. Ne sa qualcosa la Grecia, che non ha potuto fare a meno di eseguire, dal marzo 2012, gli ordini di Bruxelles. E così si è arrivati al collasso di un paese e di una società, con risultati drammatici dal punto di vista sociale (basti pensare che, secondo l’Unicef, 439mila bambini greci sono esposti al rischio della malnutrizione e che si trovano di fronte una sanità che a stento riesce a procurarsi i farmaci generici), economico e politico. Poi è arrivato Alexis Tsipras, padre di un socialismo che non cede a compromessi.

Chiunque abbia letto o solo sentito la notizia del referendum greco, ha dovuto inevitabilmente chiedersi come Tsipras abbia potuto pensare di affrontare l’Europa in uno scontro impari. Il tempo di chiederselo e abbiamo già compreso che qualcosa non va come ci saremmo aspettati, abituati come siamo, qui in Italia, ad apparire come gli omertosi filo-tedeschi merkelliani. La Grecia, a differenza nostra, ha affrontato l’Europa e la Troika nel momento di suo massimo bisogno, consapevole delle possibili conseguenze.

Ha ridato linfa vitale al termine democrazia, sfidato i massimi sistemi dell’universo politico ed economico europeo e segnato il proprio destino. Comunque vada a finire – e questo nessuno lo ha sottolineato a dovere – la Grecia si è imposta come guida per gli altri paesi dell’Eurozona.

L’esito del referendum, che già ha fatto notizia da solo, ha concretizzato coi suoi risultati uno scenario drammatico per l’UE. Comunque vada a finire, o la Grecia otterrà un nuovo investimento che miri a tagliare il 30% del debito senza gravare sui cittadini, oppure si troverà costretta a prendere la porta e uscire dall’unione. Scenario, quest’ultimo, che avrebbe tempi più lunghi e renderebbe la ferita ancora più difficile da risanare.

Dal referendum comunque l’Unione esce acciaccata. Non certo ridimensionata, ma toccata nell’orgoglio di quei pochi che hanno avuto la pretesa di risolvere i problemi offrendo denaro e imponendo come disporlo, senza prevedere epiloghi di questo genere.

La Grecia ci ha dunque dato una lezione. Ha dato voce al suo popolo, facendogli gridare che misure austere e rigorosamente squilibrate non hanno funzionato, e che riproporle sarebbe gesto poco gradito, e indirettamente ha offerto spazio a tutti quelli che criticano da tempo l’Europa , persino a un redivivo Borghezio, pronto a presentarsi al Parlamento europeo con bandiere greche per festeggiare la sconfitta dell’Europa. Ma anche questa è democrazia: farsi portavoci per gli altri e accogliere idee o modi di esprimerle differenti.

Certo, prima di potersi prendere certe licenze, la Grecia avrebbe dovuto restituire quanto le è stato prestato. Peccato però che le casse elleniche piangano dal 2009 e che pressoché nulla abbia invertito rotta.

A invertire rotta sarà sicuramente l’Europa. E sarebbe meglio lo facesse con a bordo il popolo greco. Se non altro perché c’è una citazione da correggere e a cui restituire il suo valore letterale.

Un terrorismo che prende per il culo!

Se di mezzo non ci fossero decine e decine di vittime e l’ennesima sconcertante storia di un mondo che si ribella a se stesso, “sorrideremmo” di fronte a quanto accaduto oggi in Europa e nel Nord Africa. In fin dei conti, l’idea che i capi di Stato europei si trovassero chiusi in assemblea per discutere della tematica immigrazione e di immigrati da suddividere per l’Europa e che nel frattempo, a Susa (Tunisia), due terroristi avessero deciso di colpire ed uccidere i bagnanti di un resort, arrivando proprio dal mare a bordo di un barcone, farebbe sorridere. Solo se si parlasse di un film potremmo accennare ad un sorriso.

Ma qui da ridere non c’è proprio nulla. Innanzitutto per un motivo: l’Europa, con le sue infinite diatribe su chi disattenda Schengen più di altri, si è dimenticata che le frontiere si potranno pure chiudere, ma che molti nemici li abbiamo in casa nostra già da tempo.

Lo testimonia, suo malgrado, la Francia, nazione che a distanza di cinque mesi subisce un nuovo atto terroristico di matrice islamica. Un operaio decapitato in uno stabilimento di produzione di gas ad Isère, vicino a Lione, e deposta al suo fianco una bandiera dell’ISIS: questo il breve e triste resoconto di un venerdì di giugno. E terrorizzante, per pianificazione e potenziale impatto, l’obiettivo finale: far saltare in aria l’intera zona industriale e generare, oltre a un numero di vittime notevole, un potenziale disastro ambientale.

Doppio attacco dunque, ma dinamiche e finalità che molti non avrebbero mai ipotizzato. In Francia per fortuna non realizzate per intero; in Tunisia, al contrario, concretizzatesi pienamente.

Cambiano molte cose attacco dopo attacco, ma i messaggi sono sempre gli stessi – e non staremo a ripeterli. Colpisce però indubbiamente l’incapacità politica europea di fronte a certi eventi, che un tempo avremmo definito “eccezionali”, ma che adesso hanno tutta la parvenza di essersi inseriti in meccanismi mensili o annuali ben organizzati, capaci di passare inosservati agli occhi dei servizi segreti più deboli e delle forze di polizia. Intendiamoci: se sentiamo di un attentato terroristico, islamico o non islamico, non ci meravigliamo nemmeno più. Restano sconcerto e paura, ma presto ci convinciamo che tutto tornerà alla normalità.

E allora qui si deve iniziare ad alzare l’asticella, cara Europa. Anche se non solo la Francia è stata colpita (lo si sottolinea ancora per completezza), bisogna assolutamente evitare che le nostre coscienze di uomini – non di “occidentali” – digeriscano come “frequenti”, “incalcolabili”, “imprevedibili”, ancora peggio “normali”, certi eventi. Chiaro più che mai che oggi questo non lo si sta facendo, dal momento che nessuno ha preso sul serio – più a parole che coi fatti – la tematica “immigrazione”.

A farcelo capire sono stati questi atti terroristici, che se non lo si fosse compreso hanno una connessione forte con la “due giorni europea” a Bruxelles. Il mondo sa che l’Europa sta discutendo del rischio immigrazione, esattamente come conosce l’esigenza primaria di molte nazioni del vecchio continente: debellare il rischio di intrusione di nuovi terroristi.

Discussione coerente, ma inesatta e insufficiente. Non a caso in Francia a colpire è un esponente noto alla Gendarmeria, noto ai lavoratori dello stabilimento, pericoloso quanto basta per decapitare il proprio capo-reparto e appoggiarvi vicino uno stendardo dello Stato Islamico. “Interno alla nazione francese già da tempo” è il requisito fondamentale per poter colpire indisturbati: basta qualche contatto con la malavita per avere armi, una fitta rete di contatti e si è sulla cresta dell’onda. E se si è controllati dall’intelligence perché le si è dato adito di pensare che si sia collusi con l’estremismo islamico e i suoi moniti, tanto meglio.

Fa male a noi come uomini, prima che come italiani, vederci scaricate addosso dalla Francia le accuse di un operato sbagliato e di una leggerezza notevole nella gestione di quanti entrano nel nostro paese e sbarcano dopo aver abbandonato paesi come la Libia o la stessa Tunisia. Fa male perché poi è la cruda realtà a sancire chi abbia ragione e chi non la abbia, chi copra le proprie debolezze di politica interna con la prevenzione al terrorismo (Italia) e chi gonfi il petto per poi sgonfiarlo subito di fronte all’ennesima vittima civile in nemmeno sei mesi di tempo (Francia).

E fa altresì male che non esista la disponibilità di discutere seriamente di immigrazione e terrorismo in campo “politico”, ma che si preferisca farlo in chiave “mediatica”, giocandosi la credibilità a suon di frontiere chiuse e patti rispettati a scadenza, e proponendo alternative di scarsa applicabilità per fronteggiareSchermata 2015-06-26 alle 20.33.37 un mondo che sta andando al contrario. Anche se ci sarebbe da domandarsi se mai sia andato diritto.

Nuovi scenari politici se Landini farà sul serio?

Con la discesa in campo, ormai politicamente definitiva, di Maurizio Landini, leader della FIOM, lo scenario politico italiano prende atto che una nuova corrente di pensiero andrà raccogliendo consensi tra i cittadini italiani. Una realtà politica che proverà a racchiudere al suo interno le richieste del panorama sindacale, attingendo, oltre al bacino di iscritti al sindacato, anche dagli scontenti – e fuoriusciti – della sinistra moderata del PD (a breve sarà annunciata la nascita di un nuovo partito anche da Giuseppe Civati, da poco più di un mese uscito dal Partito Democratico per non aver mai saputo reagire al forte impatto avuto da Renzi sui tradizionali meccanismi del partito) e probabilmente pure da un discreto gruppo di astenuti alle ultime elezioni.

Più o meno da quando Grillo ha deciso di cedere il testimone a una stretta oligarchia di cinque parlamentari e farsi da parte, diventando meno incombente, il Movimento Cinque Stelle ha rialzato la testa. Ora che sul grande schermo compaiono più spesso i Di Battista, i Di Maio, i Fico, il movimento grillino ha assunto una sua prima infarinatura politica vera e propria.

Certo, il monito pentastellato rimane sempre lo stesso: niente inciuci e niente compromessi. Ma i tempi sono maturi, come hanno testimoniato le recenti elezioni Regionali, e una volta preso atto che la politica dei cinque stelle deve restare trasparente, all’orizzonte non è più imprevedibile un sistema di alleanze politiche che annoveri anche il Movimento.

Se alziamo l’asticella e proviamo a immaginare cosa potrebbe accadere tra qualche mese o anno, ci renderemo conto che Landini incomincia a profilarsi come il vero potenziale alleato di un redivivo Movimento Cinque Stelle. Si parlerebbe per altro di quel fatidico alleato che i Cinque Stelle mai sono riusciti a trovare in Parlamento durante nessuno dei passaggi istituzionali dell’ultimo anno, dal dibattito sulla nuova legge elettorale (si ricordino i confronti accesi a casa Renzi, proposti dal Movimento in streaming) fino ad arrivare al tanto discusso ddl sulla Buona Scuola, passando per le ultime elezioni presidenziali, dove il candidato grillino Imposimato ha combattuto ad armi impari con il “Mattarella nazionale”.

In definitiva, malgrado tutte le dichiarazioni di parere contrario, l’universo grillino è da mesi che cerca di trovare qualche punto di contatto coi programmi della sinistra, ma Renzi, così tanto gagliardo, non riesce proprio a farsi ben volere. Ad oggi poi, con una spiacevole pratica da dirimere come quella dell’impresentabile Vincenzo De Luca, neo governatore della Regione CamSchermata 2015-06-06 alle 15.03.53pania, le simpatie dei grillini per il Presidente del Consiglio non aumenteranno sicuramente.

Destino ha voluto che neppure Landini – e il sindacato in generale – abbia grande simpatia per l’attuale capo di Governo. Ecco allora un primo punto di contatto tra il Landini politico, che scenderà in campo con un nuovo soggetto politico, la Coalizione Sociale, per dare voce ai lavoratori e alla gente comune, e il Movimento Cinque Stelle, che di Renzi sembra aver compreso il piano d’azione: pur di riformare, e in fretta, non si può perdere tempo.

L’Istat, che sta momentaneamente avvalorando l’azione del Governo nel campo delle riforme, spinge Renzi a non mollare di un centimetro; in parallelo, Landini si ritaglia una cornice importante sullo scacchiere politico italiano. E di certo, nell’Italia di oggi, si discuterà molto su che posizione politica e sociale ricoprirà il leader della Fiom nell’immediato futuro.

Liberi Toti! Come cambia l’Italia

Tempo fa avevamo scritto di quanto la mossa di Salvini di unirsi al centrodestra in Liguria per avere il supporto su Zaia in Veneto da parte di Forza Italia potesse essere un’arma a doppio taglio. Non è stato del tutto così. O meglio, in parte si sono avverate le nostre previsioni, e in parte no.

Ad una Lega Nord che stravince in Veneto, potendo tranquillamente fare a meno del 5% di Forza Italia, si affianca una coalizione, quella del centrodestra ligure in sostegno a Toti, che invece vince proprio perché la Lega ottiene un sonoro 20%. Lo scetticismo che avevamo paventato di fronte alla mossa di Salvini di abbandonare la corsa in solitaria in una Regione come la Liguria, che pareva destinata al centrosinistra, assume allora una sua concreta fisionomia. Salvini ha sbagliato a correre con Forza Italia. Ha sbagliato perché non avrebbe mai avuto bisogno di Berlusconi per vincere o comunque ottenere un risultato considerevole, tanto al Nord quanto al Sud.

Queste regionali quindi ci portano un dato: la Lega avanza ovunque e con percentuali da non sottovalutare. A questo tipo di valutazione se ne devono poi affiancare almeno altre due, come la nuova espansione del Movimento Cinque Stelle (che mai è sparito, ma che per lungo tempo ha latitato) e i primi veri affanni – con cadute annesse, come in Liguria – del centrosinistra renziano.

Non troppo discussa la prepotente ricomparsa del movimento grillino, importante per riequilibrare lo scenario politico italiano. Assolutamente inaspettata invece la disfatta della Paita in Liguria. Per comprendere il peso di questo Schermata 2015-06-01 alle 13.09.10ribaltone politico sarebbe bastato ascoltare Renzi a La Spezia una settimana fa, e si sarebbe compreso subito quanto fosse certo della vittoria elettorale.

Su quel palco, tra un attacco di qua e uno di là, il Presidente del Consiglio aveva fatto capire che non ci sarebbe stata alternativa alla sinistra. E invece alternative ce ne sono state, e sono state alternative vincenti, a modo loro.

Già, perché senza il 9,5% di voti a Luca Pastorino, il PD avrebbe perso comunque, o al massimo guadagnato un 3/4% dei voti. Il resto sarebbe finito in seno all’astensionismo: questo perché molti, piuttosto che votare Paita, sarebbero rimasti a casa.

E non c’è solo Luca Pastorino ad aver scalfito la cattedrale d’avorio del PD in Liguria. Alice Salvatore, candidata del Movimento grillino, ha deciso di prendersi un 25% dei voti, all’interno dei quali si potranno trovare indubbiamente anche vecchie preferenze per il centrosinistra. Motivo d’interesse, quest’ultimo, perché potrebbe zittire sul nascere le critiche che piovono su quanti hanno votato altro che non fosse Partito Democratico. Critiche che testimoniano di un momento delicato per la politica del nostro Paese, e in particolare aggravano la dinamica dello “scaricabarile” come via di fuga primaria dalle disfatte.

Un’abitudine che innervosisce quella di scaricare le colpe su altri senza soffermarsi a riflettere. Una moda che sta dilagando nel PD e che sta distruggendo dall’interno un partito che per coesione non è mai stato invidiabile. Aspettiamo sicuramente di valutare la solidità del partito renziano quando sarà il momento di scalzare De Luca da una poltrona da cui sarebbe interdetto per via della legge Severino.

Indirizzando prima gli elettori (che già sono pochi) e poi accusandoli, scaricando su di loro le colpe di una sconfitta, la politica renziana rischia sempre più di farsi terra bruciata intorno. Se si andrà avanti a slogan, a certezze, a presuntuose aspettative di vittoria, si peggiorerà ancora il dato che vede un elettore su due recarsi alle urne.

Come poi accade sempre, dai dati di queste elezioni locali si devono trarre conclusioni di rilievo nazionale. Ad esempio, bisognerà dire che il 5 – 2 del centrosinistra sul centrodestra è un risultato vincente e ampio. Una vittoria numerica che però assume qualche sfumatura negativa.

Possiamo parlare di una vittoria per il centrosinistra perché il centrodestra continua a boccheggiare, con o senza Toti. Dobbiamo tuttavia ammettere che sia una “vittoria mutilata” perché la sconfitta, dove le divisioni interne sono più forti, è dietro l’angolo. E ad aspettare il PD, nei vicoli genovesi, c’è la Lega Nord.

Lega che diventa quindi il nemico numero uno per la sinistra. E, se vogliamo, anche per la destra moderata che di qui ai prossimi mesi dovrà sdebitarsi in qualche modo col sostegno offertogli da Salvini.

Non dimentichiamo che se la Liguria si consegna a Toti, al candidato che più di tutti è parso un outsider e che ha deciso di candidarsi perché ce lo ha messo qualcun altro (non certo per amore della regione che governerà), significa che solo Salvini ha potuto stravolgere l’epilogo di elezioni che avrebbero posto ancora una volta al potere qualcosa che non sarebbe stato di centrodestra. Parlano i dati e con loro gli elettori.

Il vero vincitore, che non stupisce più, è l’astensionismo. Ma questa volta, ancor più delle volte scorse, hanno vinto la Lega e le sue ruspanti teorie sul come si vivrebbe meglio qualora non condividessimo l’aria che respiriamo con gli immigrati. Ha vinto il linguaggio della demagogia, che non è – e forse non lo è mai stato – quello del Movimento Cinque Stelle, ma proprio quello del mondo leghista. Un mondo che non ci meraviglieremmo se avesse accolto anche voti di scontenti ex-elettori della sinistra democratica.

Posto che il Movimento grillino non è più una sorpresa bensì una realtà efficace e catalizzatrice di consensi, queste elezioni segnano piuttosto l’ascesa definitiva di Salvini, la nascita di qualcosa di nuovo in seno alla sinistra (anche perché c’è un movimento civatiano nazionale all’orizzonte, lo si respira nell’aria), la costante sterilità della destra moderata, che corresse da sola non sarebbe talvolta nemmeno il terzo partito, la scomparsa di formazioni filo-governative come l’NCD di Alfano. Queste elezioni scrivono ancora una volta una pagina storica; scattano una foto dell’instabilità del Paese e della scarsa brillantezza, ora come ora, di chi lo governa. Un Renzi che “vola”, sì: ma in Afghanistan.